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World Heritage

L’impatto negativo che il turismo, all’interno di una destinazione o in parte di essa, ha sulla qualità di vita percepita dei residenti e/o sull’esperienza del visitatore”. Così la World Tourism Organization (UNWTO) definisce l’overtourism, il sovraffollamento turistico, diretta evoluzione di quel turismo di massa cominciato nella metà del secolo scorso.

L’UNWTO è l’agenzia specializzata delle Nazioni Unite che ha sede a Madrid e che si occupa di promuovere lo sviluppo di un turismo responsabile e sostenibile. È stata proprio lei ad aver dato un nome a un fenomeno catalogato nel nuovo millennio ed esploso quando le ragioni economiche hanno preso il sopravvento su quelle della sostenibilità della specie umana e del rispetto e della tutela dell’ambiente.

 

Overtourism

Ne avrai sentito parlare anche tu. È un problema che assilla prepotentemente da almeno vent’anni città come Venezia o Barcellona. Ebbene, la notizia è che riguarda anche le nostre Dolomiti. Dal 2015 la Fondazione Dolomiti Unesco sta studiando protocolli per correre al riparo e preservare le montagne più affascinanti del mondo dove, tra l’altro, il sovraffollamento turistico rischia di tramutarsi in uno spopolamento delle comunità locali per usura della qualità della vita. Ciò che a catena si trasforma in disservizio per l’ospite. Ospite che, comunque, con il sovraffollamento, vede inficiata la qualità della sua esperienza e/o della sua vacanza. Oppure ancora dove, ad esempio, l’overtourism manda in crisi il sistema: rifugi in difficoltà, soccorsi attivati per imprudenza o impreparazione all’ambiente montano.

Tra meno di un mese la Fondazione porterà un piano di proposte concrete sui tavoli della capitale da inserire, perché no, all’interno del PNRR. Richieste quali l’utilizzo di navette in alternativa ai mezzi privati, la realizzazione di parcheggi prenotabili digitalmente in modo da informare preventivamente chi si mette in viaggio circa l’affollamento della destinazione per dirottare magari su altre località pur sempre dolomitiche.

Facciamo un po’ di storia

Il 26 giugno 2009 lUnesco l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura – riconosce le Dolomiti Patrimonio Mondiale per il loro valore estetico e paesaggistico e per l’importanza scientifica a livello geologico e geomorfologico. Perché? Perché le Dolomiti sono ambienti fragili da preservare e mantenere in equilibrio, perché sono balconi sull’infinita meraviglia della creazione e perché sono un libro aperto sulla storia della vita del pianeta, in particolare su quella che va dai 300 ai 130 milioni di anni fa quando divennero testimoni del mistero della più grande estinzione di una specie mai avvenuta nella storia della Terra, quella del Triassico.

Le Dolomiti sono, di fatto, un arcipelago di coralli, montagne nate dal mare. Da cima a valle, i loro versanti permettono un viaggio verso le profondità del mare e della terra: alla base sono roccia più scura perché composta da coralli meno ossigenati. Sono emerse dallo scontro tra la placca africana e quella europea che ha creato un innalzamento di oltre 3000 metri.

Nel 2010 viene istituita la Fondazione Dolomiti Unesco con sede a Cortina d’Ampezzo, per creare un interlocutore unico che possa essere voce di 5 province, 3 regioni, 4 lingue, 9 sistemi montuosi, 142.000 ha di superficie, insomma di ciò che le Dolomiti geograficamente e culturalmente sono.

Nel 2015, tra i mesi di maggio e giugno, vengono programmati 11 incontri di partecipazione territoriale all’interno del progetto #Dolomiti 2040. Quali proposte per il futuro? Ai tavoli, in varie località delle Dolomiti, partecipano associazioni ambientaliste, associazioni di categoria, politici, amministratori locali, ma soprattutto i cittadini che abitano questo territorio, che hanno a cuore il loro futuro e vogliono quindi contribuire in prima persona alla tutela, diremmo oggi alla sostenibilità (ambientale, sociale, economica).

 

#Dolomiti 2040

Quindi, la popolazione locale viene chiamata a dire, senza inefficaci imposizioni dall’alto, come vorrebbe vivere nel 2040. Gli ambiti di riflessione sono 4:

 

  1. Turismo. In quale direzione vogliamo si sviluppi il turismo nelle Dolomiti? È possibile salvaguardare allo stesso tempo le risorse?
  2. Sviluppo socio-economico. Come migliorare gli standard di vita attraverso scelte economiche e sociali efficaci?
  3. Conservazione attiva. Come la conservazione può essere funzionale alla crescita garantendo il rispetto degli equilibri ecologici?
  4. Costruire relazioni. Cosa connettere? Come? A quale scopo?

 

Il punto è riuscire a conciliare il bello che l’ospite vede ed esperisce con la vita pratica di chi in montagna ci vive. Chi è rimasto a vivere in montagna ha permesso nel tempo il mantenimento di un paesaggio che non è stato mangiato indiscriminatamente e selvaggiamente da boschi non controllati e non custoditi. Chi, per rimanerci, ha bisogno che un turismo sostenibile non diventi un turismo troppo di nicchia o per ricchi perché un aumento del prezzo della vacanza si rifletterebbe sull’aumento del costo della vita (appartamenti, ristorazione, abbigliamento, cibo, …) anche per il locale che rischia di abbandonare la montagna per trasferirsi altrove, a scapito del paesaggio, ad esempio, non falciando più i terreni tenuti a pascolo o a coltura.

Insomma, la questione non è banale.

L’Attuale direttrice della Fondazione Dolomiti Unesco, Mara Nemela, oltre alla destagionalizzazione, propone una soluzione tipo quella che è in corso da qualche anno nella valle di Braies, dove la prenotazione è obbligatoria per salire al lago e anche per pranzare.

Intanto, possiamo provare a tenere a mente che le Dolomiti sono un Bene e un Patrimonio di tutti. Un bene che appartiene a tutti e a nessuno più degli altri.