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Che evoluzione la Val di Tovel!

Storie di territori
La storia del Trentino è una storia forestale. Segherie, vetrerie, miniere, toponomastica: sono dappertutto i segni del rapporto tra uomini e boschi. Un rapporto iniziato ai tempi in cui dalle foreste si ricavava tutto quel che era necessario per sopravvivere, un rapporto che prosegue ancora oggi.

 

Salendo verso il cuore delle Dolomiti di Brenta, abbandonata l’Anaunia poco dopo Tuenno, la Val di Tovel si manifesta con pudore. Prima stretta, presso la forra di Santa Emerenziana, poi più larga alle Glare, dove il fondovalle è occupato da una massa di detriti e le pareti si fanno via via più immense e strapiombanti. Grigio, arancione e verde: dalla dolomia ai modesti gruppi di alberi, arbusti e mughete che vivono aggrappati alle minuscole cenge, fino allo specchio lacustre e poi più su, la Selva Flavona e lo spettacolare Turrion Basso che si staglia isolato in mezzo alla valle, dove il verde cede nuovamente il passo al grigio. Ci sono pochi luoghi in Trentino dove la foresta appare rigogliosa come in questa valle, famosa per l’arrossamento delle acque del suo lago che ebbe luogo fino ai primi anni Sessanta. Ma l’aspetto della Val di Tovel è mutato più volte negli ultimi secoli, sia per cause naturali che per mano dell’uomo, e la sua storia è molto più tormentata di quel che appare all’ignaro visitatore.

 

L’antica foresta sommersa

È il più grande delle Dolomiti di Brenta, per molti il più bello, certamente il più frequentato. L’origine del lago più celebre del Trentino è legata agli antichi ghiacciai che occupavano la zona nell’antichità. Circa diecimila anni fa, la coltre che copriva l’area attualmente occupata dal Lago di Tovel iniziò a ritirarsi, a causa dell’aumento delle temperature, lasciandosi dietro un deposito di ghiaccio. Con la fine dell’ultimo periodo freddo, questo si sciolse e diede origine al lago.

Non si sa cosa successe nei millenni successivi ma quel che è certo è che, prima del 1600, il lago era molto più piccolo di come ci appare oggi. Nel 1597, una frana, causata dal distacco di una delle pareti della valle, ne sbarrò l’emissario, ampliando il bacino e sommergendo così una antica foresta: decine e decine di alberi, per lo più abeti bianchi, si inabissarono e rimasero nascosti per più di quattro secoli, a 20 metri di profondità e ad una temperatura compresa tra 2 e 3°C. Nel 2014 però una equipe di archeologi e studiosi dell’arte si interessò a loro. Prelevando campioni dagli alberi più antichi – attraverso ardimentosi carotaggi subacquei – il team di ricerca riuscì a ricostruire una mappatura dello stato delle piante tra il 1089 e il 1597: l’albero più vecchio, in altre parole, era nato nel Medioevo, quasi mille anni fa; tutti erano morti al momento della frana. Le analisi permisero di costruire una “curva dendrocronologica” che fu utilizzata per datare elementi lignei appartenenti a edifici medievali. Gli abeti bianchi sommersi a Tovel servirono dunque a risolvere il mistero che ruotava attorno alla straordinaria struttura ottagonale posta di fronte al Duomo di Firenze che, grazie ad essi, fu possibile datare. 1268: questo l’anno di costruzione del Battistero di San Giovanni, dedicato al patrono della città toscana.

 

Un catastrofico crollo

La complessa storia della Val di Tovel fu segnata da un altro evento franoso, che avvenne pochi anni dopo lo sbarramento del lago. Scendendo verso Tuenno, a circa due chilometri dallo specchio lacustre, la vegetazione si interrompe a vantaggio di un enorme accumulo detritico che occupa l’intero fondovalle. In uno scenario lunare, numerosi massi sono ancora in bilico e poche piante sbucano, come pionieri, dal terreno roccioso. Siamo alle Glare, dove conduce l’omonimo sentiero alternativo alla strada che è stato attrezzato dal Parco Adamello Brenta.

Alzando lo sguardo, è evidente la grande nicchia di distacco, ossia il settore di montagna, sulle pendici orientali del monte Corno, da cui si staccò una porzione di roccia. Le datazioni dendrocronologiche su un tronco di larice rinvenuto nell’ammasso detritico, effettuate con le medesime tecniche utilizzate per gli abeti sommersi, fissano la morte della pianta tra il 1630 e il 1661: è la data del catastrofico crollo.

 

Selvicoltura alla rovescia

Risorse di proprietà collettiva, le estese foreste e i pascoli della Val di Tovel erano fondamentali nell’economia del Settecento e venivano gestite in modo equilibrato. Questo assetto venne però rotto a partire dalla metà del 18° secolo quando l’aumento della popolazione, le attività industriali e le nuove modalità di commercio incrementarono il fabbisogno e anche il prezzo del legname e degli altri prodotti del bosco. A subirne le conseguenze fu soprattutto la Selva Flavona, la porzione più in quota della Val di Tovel, che fu spogliata, con il taglio di migliaia di piante in meno di 15 anni. La sua posizione di difficile accesso e il fatto che fosse posseduta, in comproprietà, da più Comuni, favorì uno sfruttamento pesantissimo per fare cassa e ristabilire i debiti delle amministrazioni locali. Nel 1854, nella magnifica conca ai piedi del Turrion Basso, non c’era più niente da tagliare: sopravvivevano solo le piante più sottili – “quelle che al piede non raggiungevano i 18 cm” – e qualche vecchio larice nel Campo Flavona, salvati per le necessità della Malga. Il bosco aveva subito un taglio con criteri “alla rovescia” rispetto alla selvicoltura naturalistica che sarebbe stata introdotta in Trentino negli anni 50 e che prevede la salvaguardia delle piante più grosse e vigorose.

Nel 1853 iniziarono i lavori per la costruzione della ferrovia del Brennero e la fame di legno aumentò. Fu dunque il turno delle foreste più a valle, giudicate idonee per la quantità di legname disponibile, per il ridotto costo rispetto ad altre zone e per la vicinanza alla linea ferrata. Furono costruite quattro segherie lungo il Tresenga, il torrente che scorre in Val di Tovel, e vennero impiegati decine di boscaioli: in breve il cantiere andò a regime e una colonna di carri iniziò il trasporto delle traversine verso la Valle dell’Adige, depositandole lungo la via ferrata. Rispettando le previsioni, il tratto Verona – Bolzano della ferrovia entrò in funzione nel 1859, ma il tributo pagato da Tovel fu pesantissimo: in soli 6 anni erano state tagliate altre 16.000 piante.

 

Il lago non più rosso

Fu Douglash Freshfield, il grande esploratore ed alpinista, tra i primi ad annotare nel suo diario del 1864, lo straordinario fenomeno che caratterizzava il Lago di Tovel. Curiosamente, esattamente un secolo dopo, il lago famoso in tutto il mondo per la colorazione ambrata che la sua parte meridionale assumeva tra luglio e settembre, smise di arrossarsi. Il Glenodinium sanguineum, un’alga microscopica poi ribattezzata Tovellia sanguinea in onore del luogo, fu subito individuato come responsabile, ma ci volle l’istituzione del Parco Adamello Brenta e uno studio pluriennale – patrocinato dall’Istituto Agrario di San Michele all’Adige e dal Museo Tridentino di Scienze Naturali – per scoprire che l’arrossamento era causato dagli scarichi delle malghe sovrastanti, che avevano aumentato la concentrazione dei nutrienti nella Baia Rossa dalla metà dell’Ottocento fino ai primi anni Sessanta. Era l’uomo, con le sue attività di gestione del bestiame in quota, ad aver innescato una vera e propria fioritura algale, con un sovraccarico di liquami: la riduzione delle pratiche di alpeggio aveva diminuito questa specie di inquinamento delle acque del lago, portando alla scomparsa di un fenomeno che visivamente appariva affascinante.

Patrimonio dell’Umanità

Il Lago rosso non è più tale, ma la Val di Tovel si è ripresa la sua foresta: come in molte altre parti d’Italia e d’Europa, a partire dalla metà dell’800 la sua copertura arborea ha riguadagnato la metà della superficie totale della valle (a fronte di “solo” un 35% dei decenni precedenti). La zona è tornata ad essere un vero e proprio gioiello, tanto da essere stata uno dei motivi trainanti per l’istituzione del Parco Adamello Brenta, nel 1988. Dal 2009, come tutte le Dolomiti di Brenta, è anche Patrimonio dell’Umanità UNESCO, a testimonianza della straordinarietà del luogo, ma anche degli sforzi che vengono oggi intrapresi per la sua salvaguardia.