cookie COOKIE Per offrirti una migliore esperienza di navigazione, il sito utilizza dei cookies. Continuando la navigazione nel sito ne autorizzi l'utilizzo.
Vuoi sapere quali cookie sono utilizzati?
Clicca qui per accedere alla cookie policy

Le forme dell’acqua in Trentino

L’acqua è uno degli elementi più mutevoli del pianeta. Scorre rumorosa nei fiumi e riposa nei laghi, scende silenziosa quando le temperature si abbassano modificando d’incanto il colore del paesaggio, impregna l’aria con la sua presenza effimera appena prima che cada la pioggia.

Ma in Trentino, l’acqua, patrimonio naturale e culturale da preservare in tutte le sue forme, è presente anche in stati meno noti, come ci racconta Massimo Bernardi, sostituto Direttore dell’Ufficio Ricerca e Collezioni museali al MUSE – Museo delle Scienze di Trento.

 

 

Dott. Bernardi, iniziamo dallo stato liquido: l’acqua in Trentino non scorre solo nei fiumi e nei laghi, vero?

Un volume considerevole delle acque piovane scompare ai nostri occhi infiltrandosi nel sottosuolo. Se è evidente che i suoli, le sabbie e le ghiaie che costituiscono i fondivalle o il sottobosco accolgono grandi quantità di acqua, spesso dimentichiamo che anche i massicci montuosi costituiscono vasti serbatoi di acqua. L’acqua non viene assorbita dalle rocce ma percola, scorre, si accumula in fratture, condotti e cavità. I massici calcarei sono i più interessati da questi fenomeni: le Dolomiti di Brenta sono, ad esempio, la più estesa idro-struttura del Trentino, con oltre il 60% del territorio interessato da circolazione carsica profonda. Spettacolari manifestazioni di questo labirinto sotterraneo sono le cascate che sembrano sgorgare dal nulla nel versante orientale della Val Rendena: si tratta in verità della venuta in superficie di un complesso sistema interno. Gli acquiferi carsici delle Dolomiti di Brenta sono peraltro la fonte che alimenta le importanti sorgenti che garantiscono l’afflusso di acqua negli acquedotti della Val di Sole, Val di Non, Piana Rotaliana, altopiano della Paganella e Valle del Sarca.

 

Il Trentino è terra di montagne: oltre che allo stato liquido, ci viene quindi facile pensare all’acqua allo stato solido, per esempio quando cade sotto forma di neve e alimenta i ghiacciai. Ecco, cosa succede nel tempo ai ghiacciai?

Fotografie, illustrazioni e racconti testimoniano che, fino all’inizio del secolo scorso, nelle vallate del Trentino i ghiacciai scendevano fino a quote relativamente basse. Quando si sono ritirati verso l’alto, la colonizzazione da parte di piante e animali è stata particolarmente rapida e, in meno di un secolo, dove prima c’era ghiaccio, detrito roccioso e specie adattate al freddo, sono apparsi boschi. Quando ciò avviene con rapidità, come appunto negli ultimi due secoli, queste dinamiche ecologiche generano una sorta di rincorsa, una sky-race degli organismi che salgono sempre più in quota, seguendo il microclima glaciale e la vegetazione che sale verso monte. Questo processo concede più spazio agli ecosistemi di bassa e media quota e la conquista di nuovi territori favorisce l’evoluzione di nuove specie, ma allo stesso tempo condanna all’estinzione tutte le specie criofile, cioè quelle adattate alla vita in prossimità del ghiacciaio. È la cosiddetta trappola di vetta, o summit-trap: quando hai raggiunto la cima di una montagna, non hai alcun altro luogo più freddo o con più ghiaccio in cui rifugiarti. Si tratta di storie evolutive che si concludono ai piedi delle croci di vetta.

 

Acqua liquida, acqua solida: c’è un altro stato in cui l’acqua si presenta e, peraltro, ha un ruolo altrettanto fondamentale per la vita sulla Terra. Dove sta l’acqua gassosa e perché è così importante?

Quando la piccola mano di mia figlia inizia un disegno tracciando una forma “a nuvoletta” non so mai se stia per rappresentare la chioma di un albero o una nuvola in cielo. In modo ovviamente accidentale i due soggetti hanno tuttavia qualcosa in comune: l’acqua. Anche gli alberi, infatti, sono una tessera importante del ciclo idrologico: una foresta restituisce in atmosfera migliaia di metri cubi di acqua sotto forma di umidità e minute goccioline. L’evotraspirazione, la quantità d’acqua che evapora dalla superficie del terreno e traspira attraverso gli apparati fogliari delle piante, è un processo cardine nella circolazione idrologica terrestre, così come nella regolazione di venti e temperature e dunque anche nella distribuzione degli organismi che da questi fattori dipendono. Anche a scala locale, l’acqua che diventa vapore, per effetto congiunto della traspirazione delle piante e dell’evaporazione dal terreno, è un fattore importante nel caratterizzare clima e biodiversità. Se tutto ciò sembra lontano dalla nostra esperienza quotidiana, basta pensare al refrigerio che, in un afoso pomeriggio estivo, ci viene offerto anche solo da un gruppo di alberi in un parco urbano.

 

Abbiamo analizzato tre stati della materia, ma potremmo azzardare anche un altro stato, o dimensione, dell’acqua in Trentino: la dimensione temporale…

Paleontologo di formazione, ovvero “naturalista dello scorrere del tempo”, sono particolarmente attratto da questa dimensione: l’acqua che impercettibilmente, giorno dopo giorno, modifica il paesaggio; l’acqua che spiega forme del territorio e giustifica la presenza di organismi che oggi non esistono più. Gli antichi romani dicevano “gutta cavat lapidem” (la goccia perfora la pietra), noi potremmo chiamarla la “memoria dell’acqua”. Le valli del Trentino lo mostrano con chiarezza: è l’azione dei fiumi ad aver scavato forre profonde milioni di anni fa, è la forza del ghiaccio ad aver modellato i versanti migliaia di anni fa, sono stati i laghi a caratterizzare forme del paesaggio e tipologie di vegetazione di taluni fondivalle occupati fino a pochi decenni or sono. A scala più ridotta, esistono anche minuscoli indizi di una presenza passata: una delle aree più aride del Trentino, le Marocche di Dro, reca su ogni singolo masso l’impronta duratura dell’acqua nella forma di scanalature e vaschette carsiche.

 

Possiamo azzardare anche una quinta dimensione dell’acqua, legata ai suoni che essa produce?

Se penso al suono dell’acqua, la mia mente corre subito alle note prodotte dal violoncello di ghiaccio di Giovanni Sollima, che ha vibrato anche al MUSE pochi anni fa. Ma, come ben ci ricordano i musei storici ed etnografici del Trentino, il rumore dell’acqua è ancor di più il suono delle genti che, proprio grazie all’acqua, hanno dato forma a territori e tradizioni e che, reciprocamente, dall’acqua sono state culturalmente definite. Pensiamo alle voci delle genti mesolitiche accampate ai laghi di Colbicon settemila anni fa, alle cantilene che i nostri antenati palafitticoli intonavano a Ledro o a Fiavè quattromila anni fa, ai pionieri che qualche secolo or sono discutevano per decidere quali zone fossero più riparate dalle alluvioni per fondare un nuovo paese, agli improperi che i falegnami lanciavano nelle tante segherie veneziane della nostra provincia e ai segnali che si scambiavano i rematori mentre traghettavano merci e persone sull’Adige fino a pochi decenni fa. Voci di uomini in armonie – magari dissonanti! – con i suoni dell’acqua.

 

Dottor Bernardi, cosa fa il MUSE per monitorare, e quindi tutelare, la qualità dell’acqua e degli ecosistemi acquatici?

Il MUSE ha una lunga e viva tradizione di studio delle forme e degli organismi acquatici. Circa 20 nostri ricercatori sono impegnati in progetti che hanno a che fare con l’acqua nelle sue diverse forme. I colleghi dell’Ambito “Clima ed ecologia”, ad esempio, studiano l’effetto dei cambiamenti climatici e delle attività antropiche sulle comunità di invertebrati, principalmente insetti quali ditteri e carabidi, che vivono nelle fasce glacializzate o periglaciali. Si occupano anche delle forme del paesaggio legate alle avanzate del XIX secolo e poi al ritiro delle lingue glaciali sulle nostre montagne. Nell’Ambito “Biologia della conservazione” studiamo invece le comunità algali, ad esempio nelle zone di sorgente, e le popolazioni di uccelli acquatici, che ogni anno monitoriamo presso laghi e biotopi della Provincia. Nell’Ambito “Ambiente e paesaggio”, infine, ci occupiamo delle relazioni bio-culturali tra territori e genti di montagna oltre che avventurarci nel passato profondo, studiando le rocce che ci raccontano di quando il Trentino era un isolotto tropicale circondato da un vasto oceano. Un interesse trasversale verso le forme d’acqua e verso la vita che essa ospita che traduciamo in elementi di gestione del territorio e programmi per il pubblico, anche come parte del network internazionale Water Museums.