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Dopo Vaia: la rinascita di Arte Sella

A quattro anni di distanza dal violento impatto di Vaia, Arte Sella guarda nuovamente a sé stessa, scoprendosi più forte.
Un’intervista a Giacomo Bianchi, Presidente dell’associazione culturale Arte Sella.

 

Ad Arte Sella l’arte è lo strumento per indagare la relazione fra uomo e natura. È il luogo dove il lavoro degli artisti si inscrive nel ciclo vitale della natura e incorpora alcuni temi propri della natura e dello “stare dell’uomo” in natura. Fragilità e trasformazione da sempre sono quindi alla base del pensiero artistico di Arte Sella e quello che gli artisti, qui, sono chiamati a fare è mettersi in relazione con il luogo, inserirsi nella natura, cercando di superare il dualismo uomo/natura, interpretandone il rapporto. Nell’ottobre 2018, in 5 ore di furia, Vaia ha messo a dura prova Arte Sella, testando la tenuta e i confini della sua filosofia e dimostrandone resistenza e vastità.

Arte Sella – Terzo Paradiso – Michelangelo Pistoletto

 

Nel 2018, in poche ore Vaia ha cambiato i connotati del territorio trentino. Cosa ha rappresentato per Arte Sella, il cui intero pensiero è basato sull’interazione fra uomo e natura?

Vaia ha reso ancora più urgente la nostra indagine: perché fino a quel momento, in qualche modo, la trasformazione di Arte Sella e delle sue opere è sempre avvenuta con ritmi naturali, Vaia ha portato un’inaspettata accelerazione, rendendo il tema del rapporto uomo/natura esplicito in maniera evidente e dolorosa: le sue cause sono legate all’uomo e quindi al tema del riscaldamento globale. Ci siamo resi conto che per Arte Sella si trattava di un momento di grande passaggio, che avremmo dovuto incorporare. Vaia non ha cambiato la prassi di Arte Sella, ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo ricostruito quello che c’era da ricostruire, ma senza ansia per il ripristino totale: l’ossessione per l’impermanenza delle opere non è mai stata di Arte Sella; piuttosto ci siamo interrogati su quale tipo di ricerca artistica, da quel momento, eravamo chiamati a fare.

 

Vaia ha modificato l’impostazione del lavoro artistico? Che segno ha lasciato sulle opere di Arte Sella?

La differenza sta nell’approccio: prima il tema ecologico era stato affrontato soprattutto in termini di deperibilità e “naturalità” dei materiali, ora stiamo lavorando sulla complessità, e la complessità di stare in natura non è legata solo ai materiali. Le opere che stiamo esponendo e gli artisti che stiamo chiamando ragionano sul limite tra elemento naturale e tecnologia. Edoardo Tresoldi, con le sue opere in rete metallica, Krištof Kintera con la sua riflessione sulla luce o l’opera più recente di Arcangelo Sassolino costituita da due grandi massi granitici di 20 tonnellate mossi da una macchina che li avvicina e li allontana nel corso della giornata a seconda di quanta luce li illumina, sono espressione emblematica di questa riflessione. La relazione uomo/natura deve per forza passare attraverso la scienza e la tecnologia perché la questione ecologica e climatica dovranno essere affrontate in questi termini e non con una visione orientata al passato, a un’arcadia che non esiste più e non potrà più esistere.

 

0121-1110=115075 di Jaehyo Lee

 

Qual è la perdita più dolorosa, per lei, che Vaia ha causato in Arte Sella?

La perdita causata da Vaia è stata molto vasta. Tante opere sono andate distrutte. Ma la perdita più dolorosa è stata quella di ritrovarsi in un luogo totalmente diverso da quello che era, non quindi la perdita di una singola opera o di un singolo progetto, quanto la trasformazione generale. È come se mi fosse crollata la casa: il luogo che conosci, che hai costruito negli anni con tanta dedizione, da un giorno all’altro è un luogo totalmente diverso.

 

Vaia si è portata via il bosco, che su questo territorio, nella storia e oggi, rappresenta uno dei connotati più marcati. Cosa ha significato per lei perdere il bosco?

Per chi vive in luoghi come questo, il bosco rappresenta il nostro paesaggio interiore. Ce lo dicono le neuroscienze: il paesaggio è qualcosa che vive fuori e dentro di noi. Il nostro corpo mappa continuamente il paesaggio e lo incorpora a tutti i livelli, chimici e fisici. Perdere il bosco significa, in qualche modo, perdere un pezzo di sé e questa è forse la cosa più dura. Ma la cosa straordinaria è che il bosco e la natura hanno una resilienza intrinseca. Osservando quel bosco dilaniato, a distanza di 4 anni, adesso vediamo un bosco che si sta già ricostruendo con le sue dinamiche, che sono diverse dalle nostre. Noi ci adattiamo a questi cambiamenti e questo continuo riadattarsi a stare al mondo è in qualche modo un processo molto creativo, generativo; non dare più per scontate certe cose ci pone nuovi obiettivi e nuove sfide. Se Vaia, da un lato, è stata distruttiva, dall’altro deve diventare un’occasione per pensare di stare a questo mondo in un altro modo.